La sequenza di ricostruzioni del “bambino con la tuta rossa”, tratta dal racconto personale di Hasan, un sopravvissuto in fuga da Srebrenica durante la guerra degli anni ’90 in Bosnia, è stata girata in Ticino a Vico Morcote, più precisamente in un bosco all’alpe Vicagna. Ho scelto questo bosco perché le sue atmosfere e i suoi silenzi richiamano quelli che Hasan era costretto ad attraversare per sopravvivere. Non si tratta dello stesso luogo, ma la somiglianza della natura permette di evocare lo stesso senso di smarrimento e protezione.
In questo contesto entra in scena il “bambino con la tuta rossa”. Il colore dei suoi abiti interrompe l’uniformità del paesaggio e segna la presenza di una figura all’apparenza fragile. In mezzo al verde e all’ombra, il rosso resiste. Non si lascia inghiottire dal bosco, non scompare nel silenzio. Resta visibile, come memoria che non vuole spegnersi, come vita che continua a imporsi anche quando resta solo una fragile speranza.
Nel documentario le immagini di Hasan si intrecciano con quelle del bambino. Il montaggio alterna il cammino del bambino e quello di Hasan nel bosco, tra la nebbia illuminato da un forte raggio di luce, mentre con voce lenta ricorda quei tragici giorni. Il “bambino con la tuta rossa” assume il ruolo di traghettatore che conduce Hasan verso la salvezza. È una figura di passaggio, che accompagna e che ci accompagna, muovendosi sospeso tra realtà e sogno.
Credo che girare questa scena in Svizzera metta in evidenza un aspetto fondamentale della memoria: non resta confinata a un territorio preciso. Il bosco sopra Vico Morcote diventa quasi un ponte, un luogo che rimanda ad altri luoghi e ad altre storie, permettendo al ricordo di emergere senza la necessità di ricostruire fedelmente lo spazio originario. La figura del “bambino con la tuta rossa” ci ricorda che la fuga e la perdita non appartengono a un solo luogo né a un solo tempo; allo stesso modo, è simbolo di speranza e resilienza. Diventa una testimonianza universale.